4 mesi dopo

 D della Repubblica, 23 luglio 2011

Ho aspettato due mesi prima di ritornare a Tokyo. La vita a Firenze è piacevole. Sono stato catturato dal suo paesaggio, dalla sua tranquillità. Non avrei potuto trovare un posto migliore dove stare. Le settimane sono passate riorganizzando la casa e la vita: l’anagrafe, la ASL, la scelta del pediatra per i bambini, la loro scuola, i loro nuovi amici. Ricomporre tutto in meno di un mese mi è parso incredibile. Sapevo che prima o poi sarei dovuto rientrare in Giappone, questa volta da solo, e la cosa mi tranquillizzava. A Parigi, dove ho fatto scalo, ho atteso 4 ore il volo per Tokyo-Narita, al check-in la vista dei giapponesi mi ha riportato alla mente la quotidianità a Tokyo: gli odori, la città, la nostra casa, i miei 3 anni “seduti sulla roccia”, per dirla con un proverbio caro ai vecchi giapponesi

Dopo 14 anni che faccio avanti e indietro dall’Italia al Giappone, ho ancora una strana euforia all’idea di tornarci. Cerco di allontanare ogni pensiero negativo e ripenso alla capitale e alla sua gente meravigliosamente pazza e silenziosa, elegante, smarrita, guasta. Tokyo è una città con 25 milioni di facce, e se ne riconosci una per strada fai festa. Il passaggio dal mondo contadino al mondo ipertecnologico, che nessuno conosce fino in fondo, è la scoperta meravigliosa e folle di una città astratta e iperfunzionale in grado di offrirti quasi tutto. È l’unico posto dove mi sento di stare.

Arrivato a casa ho ritrovato la tensione lasciata prima di partire: la fretta di preparare le valigie, senza neppure sapere se sarebbe stato possibile rientrare. In rete, in quei giorni, si leggevano notizie di ogni genere, compreso un piano di evacuazione della città e lo spostamento in segreto a Kyoto della famiglia imperiale. Si vedevano le facce disorientate dei giornalisti alla tv NHK e quelle di tutto il mondo puntate su quel pentolone chiamato Fukushima. Ricordo che dopo il terremoto per tre giorni non sono riuscito a dormire: la casa continuava a muoversi, e anche se l’edificio in cui abito è molto recente e mi sentivo al sicuro, ritrovare un po’ di tranquillità non è stato facile. Lo chiamano stress da post terremoto: perdi il senso dell’equilibrio, ogni rumore, ogni movimento viene percepito come una forma di pericolo e tutto questo, dopo qualche giorno, rende fragile il sistema nervoso. Solo sullo Shinkansen per Kyoto, dopo aver deciso di allontanarci da Tokyo, abbiamo ritrovato un po’ di pace. I bambini si sono addormentati quasi istantaneamente, e dal finestrino si allontanava l’immagine di una città tremolante. Ci stavamo lasciando alle spalle tutto il suo carico di tensione e paura.

Arrivati in albergo a Kyoto abbiamo deciso di rientrare in Italia. Avevamo tolto l’audio alla tv: quello che si sentiva era solo la reiterazione di un presente che non lasciava spazio a nessuna riflessione. Era chiaro che niente sarebbe stato come prima. Portare via i bambini ci è parsa l’unica cosa da fare per evitare le conseguenze dell’11 marzo. Soprattutto volevamo evitare i rischi alimentari di una catena già devastata da troppa industria e dai prodotti Ogm. Abbiamo trascorso tre anni in Giappone facendoci domande su questo modello di esistenza costruito sull’avere e sulle apparenze. Dove la felicità era figlia di un insieme di regole, in primis la sottomissione al datore di lavoro, mentre la vita politica e familiare proseguivano nella completa indifferenza. Dopo una settimana a cercare cibi provenienti dal sud del paese comincio a provare una certa stanchezza. Ho sentito che molti anziani comprano appositamente verdure coltivate nelle aere colpite dalle radiazioni per aiutare la gente del posto. Ti riprometti di non bere acqua del rubinetto, ma alla fine cedi inevitabilmente a un caffè al bar, a un aperitivo con il ghiaccio, per ogni cosa che bevi e mangi viene utilizzata acqua, e non è certo acqua minerale.

L’11 giugno, in tutto il Giappone, ci sono state 150 dimostrazioni per dire “No al nucleare” e contro la cattiva gestione della Tepco. A Tokyo quanti saremo stati forse non lo sapremo mai, il silenzio dei media ha confermato l’idea che mi sono fatto di questa gente. Mi hanno raccontato che nelle prime settimane dopo il disastro le luci della città erano diminuite, ferme alcune scale mobili, tanti maxi schermi spenti. Ma un po’ alla volta tutto ha ripreso la sua potenza energetica e inquinante di sempre. Tokyo è una macchina che non è possibile né rallentare, né spegnere.

È dal 1963 che la torre a Shinjuku misura i livelli di radioattività in città, rilevazione a cui nessuno ha mai fatto caso. Oggi, guardandola, molti – come noi – hanno certamente iniziato a domandarsi cosa diavolo sta succedendo a questo paese, e alla salute dei propri figli. Qualcosa è cambiato a Tokyo. The atlas for immigration, un sito che prospetta i luoghi migliori dove emigrare, dicono che sia molto visitato dai giovani di Tokyo, soprattutto nelle ore notturne.

A Fukushima siamo arrivati verso le 9.47. Ero con un gruppo di architetti che studiano un piano di ricostruzione. Ci aspettava un’auto per portarci all’Azuma Evacuation Center, dove amici e studenti di architettura hanno organizzato un workshop per rallegrare i bambini ospitati al centro. Grande questione non ancora affrontata da nessuno in questo paese è quella del futuro di questa generazione. C’è stato anche un concerto dell’orchestra giovanile di Fukushima con violini, viole e violoncelli. Hanno suonato Ciajkovskij, ma la cosa non ha riscosso molto interesse. Sono quasi 4 mesi che queste persone sono al centro Azuma, stipati nelle strutture in cartone leggero di emergenza disegnate da Ban Shigeru.

Rientriamo a Tokyo nel tardo pomeriggio. Alla stazione di Fukushima tutto è come sempre, si vende di tutto, comprese ciliegie ben confezionate: ci chiediamo se veramente sia successo qualcosa, ad appena 90 chilometri da qui. Qualcosa che ha stravolto il mondo, ma non questa gente. Ripenso all’incredibile storia di Hiroo Onoda, il soldato giapponese rimasto in isolamento per 30 anni sull’isola di Lubang perché si rifiutava di credere che la Seconda Guerra Mondiale fosse finita. Mi sembra possa essere il giusto paradigma della straordinaria obbedienza di questo popolo. Il mattino non ha niente da raccontare, e la sera è lasciata tutta alla stanchezza. Chi vive a Tokyo da kaishain, da uomo-salario, può capire cosa intendo.

 

testo di Alessio Guarino