Sant'Agnello, ricordi custoditi, tradizione sorrentina e vista del golfo
Progetto: arch. Maurizio Liccardo, arch. Ylenia Porta

Un appartamento degli anni '60 a Sant'Agnello, in penisola sorrentina, a due passi da Sorrento,
affacciato sul golfo di Napoli con sfondo il Vesuvio, è stato oggetto di un intervento di ristrutturazione
integrale: nuova distribuzione degli spazi, rivestimenti, arredi su misura, in una casa che custodisce i
ricordi di una famiglia legata a questi ambienti.
La pianta si sviluppa tra ingresso, salone/cucina, un disimpegno che conduce a tre camere da letto e
due bagni. Il layout originario, frazionato in ambienti chiusi, non permetteva di sfruttare la vista: salone
e cucina sono stati uniti in un unico spazio continuo, orientato sul panorama. Ogni camera da letto si
apre a sua volta su un proprio balcone.
Tra gli elementi di maggior rilievo del progetto vi è la composizione dei rivestimenti. Nel salone, il
pavimento si sviluppa in una composizione geometrica a losanghe bianche e blu in ceramica di Vietri
sul Mare, scelta per caratterizzare l'appartamento con un'impronta tipica del luogo, incorniciata da un
perimetro in rovere affumicato. La stessa ceramica prosegue nelle camere da letto, mentre nei bagni
cambia disegno, mantenendo la stessa identità cromatica e materica; qui, un ampio lavandino bianco
e una doccia leggera con walk-in trasparente contribuiscono a mantenere gli ambienti luminosi.
Anche le scelte cromatiche dell'intero progetto richiamano i colori della tradizione sorrentina.
Gli arredi, tutti disegnati su misura, sono stati curati nei minimi particolari. La cucina — bianca, con
interno a vista che riprende il colore del rovere affumicato del parquet — è caratterizzata da un'isola
centrale; alle sue spalle, ante a scomparsa che, una volta aperte, rivelano la dispensa. Linee leggere e
pulite accompagnano l'intero disegno, pensato per massimizzare la luce dell'ambiente.
Nelle camere, gli armadi bianchi a tutta altezza — disegnati con lo stesso linguaggio essenziale della
cucina — assumono configurazioni diverse a seconda dello spazio: in una coprono l'intera parete,
nelle altre due si sviluppano per metà come armadio e per metà come scrivania, affiancata dalle sedie
originali degli anni '60, ritappezzate. I letti e le boiserie delle testate sono realizzati in legno dello
stesso colore del rovere affumicato del parquet, a creare continuità con gli ambienti living.
Alla memoria della casa appartengono numerosi elementi recuperati: il divano del vecchio salone,
ritappezzato in velluto giallo senape; il lampadario in vetro, ricollocato al centro del nuovo ambiente;
due poltroncine in velluto blu, e diversi pezzi di design anni '60 distribuiti nei vari ambienti. Molti dei
quadri alle pareti, così come numerosi elementi d'arredo inseriti nel progetto, custodiscono ricordi
della famiglia proprietaria.
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© ALESSIO GUARINO 2021

Sfruttare al meglio lo spazio, sprecare meno energia, costruire un ambiente che sia friendly con la natura ma anche con l’uomo (anziani e bambini compresi) è l’obiettivo di Ocha House, il modulo abitativo progettato dal Professore Associato Motooka della Ochanomizu University di Tokyo insieme all’ atelier Taiji Kawano Architets. “La parola chiave di questo progetto è ubiquità” spiega l’architetto Kawano. “Ocha House è un struttura realizzata interamente in legno con un sistema di assemblaggio diverso da quello utilizzato fino ad oggi dalle case giapponesi. Il sistema che abbiamo ideato si può applicare a strutture di forme diverse e volumi diversi. Si tratta di un sistema molto flessibile che può essere realizzato anche con altri materiali rispetto a quelli che abbiamo usato noi”. Ocha Haouse è stata realizzata utilizzando del legno di cedro che sarebbe dovuto andare al macero, ma può essere realizzata anche con altro tipo di legno. “Per ideare questo nuovo sistema di costruzione abbiamo preso spunto dal corpo umano: le strutture portanti, travi e pilasti insieme, sono le ossa; la pelle è, invece, fatta dal tetto e le pareti. Nelle normali case giapponesi, le giunture tra travi e pilasti sono una parte debole. Per limitare questo problema noi le abbiamo realizzate utilizzando un’unica lastra di legno, così da renderle più stabili. Lo spessore delle parti portanti è poi fatto a strati assemblati a lunghezze diverse. In questo modo si ottiene una struttura flessibile ma resistente alle scosse di terremoto”. Se si osserva, inoltre, soltanto l’ossatura di questa casa si capisce come essa attinga anche dalle classiche tematiche giapponesi dell’architettura, come quelle dei Tori dei templi shintoisti. A collegare le travi al tetto, questi architetti hanno deciso di utilizzare pilastri di acrilico, creando il precedente del primo utilizzo di questo materiale per questo uso. Tetto e pareti, che fungono da rivestimento, sono anch’esse flessibili nella forma che l’abitante della casa può scegliere di modificare sempre. Ogni elemento è, infatti, indipendente dall’altro e per questo flessibile e modificabile nel tempo. La casa è costituita da uno spazio principale aperto di 83mq, nel quale una porta-parete scorrevole può, all’occorrenza, separare la zona giorno da quella notte; la stanza per il furo (il bagno con la vasca) ha pareti in vetro dalle quali è possibile vedere uno spicchio di cielo dall’apertura del soffitto. L’ambiente, molto minimal ed essenziale, è rifinito con luci LED, incastonate nella struttura della casa. Sebbene questo ambiente sia stato pensato per la convivenza di un nucleo familiare di quattro persone, in altre strutture costruite con la stessa tecnica, si possono realizzare anche stanze aperte, stile loft, a due, tre piani. Ocha House, oltre ad essere un interessante modello eco-friendly, in cui esterno ed esterno si integrano per formare un ambiente accogliente e naturale, rappresenta un nuovo concetto dell’abitare, flessibile nella forma e nella struttura. Ocha House, che diventerà parte della foresteria della Università di Ochanomuzu, verrà corredata con tecnologia IT di ultima generazione.

Con leggerezza antica e coraggio costruttivo Kengo Kuma edifica e distacca dal contesto il negozio di dolci Sunny Hills, innalzandone il marchio sino ai confini dell’esperienza assoluta.

Nel quartiere di Aoyama, a due passi dal celebre edificio di Prada di Herzog & de Meuron, in una delle strade più creative e care di Tokyo si è aperto ad inizio anno un negozio con sala da the a dir poco sorprendente. Il SunnyHills è un sogno di natura pacifica nato per vendere o servire un unico tipo di dolce ripieno di ananas, disponibile in due confezioni da 10 o 20 euro ciascuna. Lo si compra per portarlo a casa o lo si degusta bevendo una tazza di tè aromatico, circondati da materiali naturali come la pietra, il sughero, la carta, il legno ed illuminati dalla luce che filtra magica attraverso il reticolato architettonico. Il progetto pensato da Kengo Kuma per questa piccola oasi spersa tra il cemento e l’asfalto si ispira alla forma di una cesta in bambù ed è realizzato con un sistema di giunture detto “Jiigoku-Gumi,” tipico della tradizionale architettura giapponese in legno,

che consiste nella sovrapposizione di sue strati di listelli mantenuti compatti da un terzo strato. Di solito i due pezzi di legno si congiungono su due dimensioni, ma in questo progetto si innestano a 30 gradi e 3 dimensioni dando vita a una struttura volumetrica che ricorda uan nuvola. Con questa idea la sezione di ogni listello è stata ridotta sino a 60mm×60mm. 

L’edificio è situato all’angolo di due vie residenziali, su di un lotto di 175.69mq di cui occupa un’area di 102.36mq, è distribuito su quattro livelli per una superficie totale calpestabile di 293.00mq. Nel punto massimo raggiunge un’altezza di quasi 10 metri e si apre su un terrazzo dove una panca permette di sostare in plein air. Il piano terra serve da reception, da punto vendita e da filtro tra la strada e le sale superiori. Lo spazio al piano primo è dotato di un grande tavolo formato da tre penisole a cui possono accomodarsi ventuno persone. Lo spazio al piano secondo rivela un ambiente ancora più tranquillo e per certi versi intimo, che può essere prenotato per colloqui e meeting riservati. Ai piani superiori sono situati i bagni, con eleganti lavabi in legno a piano inclinato e detergenti Aesop, e gli spazi privati riuniti in una penthouse di 25mq. L’edificio è servito da un ascensore in grado di movimentare 11 persone. L’insieme sembra destinato a raggiungere due obbiettivi, quello dei progettisti e quello dell’azienda. I primi dichiarano di aver cercato di istituire un’atmosfera soft e sottile, totalmente diversa da quella ottenuta da una comune ‘scatola di cemento’ e si aspettano che nasca una felice ‘reazione chimica’ tra l’architettura e la strada. SunnyHills con questo intervento fa capire come l’architettura e il design in generale siano chiamati ad elevare un buono ma semplice prodotto a prodotto esclusivo di nicchia. In questo caso non si è intervenuti con campagne pubblicitarie ma concentrando tutto nella preziosità colta dello spazio fisico, in cui l’architetto diventa il mentore e l’alter ego del prodotto a cui si chiede di essere unico e definitivo.

Architettura dolce |  Kengo Kuma & Associates

Foto Alessio Guarino / Testo Virginio Briatore

Architecture & Interior reorder

D – Le sue architetture, come del resto molta architettura giapponese contemporanea, sono sempre molto connotate, uniche. E’ una scelta poetica oppure, considerate le dimensioni e la complessità visiva del contesto urbano giapponese, una “strategia di sopravvivenza”?

R – Alla base, il motivo più grande sono le dimensioni e la complessità visiva del contesto urbano giapponese. Mutevole, disorientato.

Oggi con la simulazione al computer si può capire subito la praticabilità di un’idea progettuale. Grazie allo  sviluppo tecnologico, l’architetto in fase progettuale è completamente libero di avventurarsi e sperimentare forme abitative fino ad ieri impensabili. Inoltre credo che le nuove generazioni qui in Giappone sono molto interessati ad un’idea dell’architettura che li aiuti a vivere meglio. Stanchi di trovarsi in soluzioni abitative standard è costose preferiscono decidere loro. 

D – dei piccoli edifici residenziali giapponesi si dice che sono pensati per non durare nel tempo: una volta passati di moda, si demolisce e si costruisce ex novo. E’ davvero così? Se sì, cosa pensa (anche in termini di economia e di materiali) di questo progressivo cancellare il passato?

R – In Giappone, in media una casa vieni ricostruita dopo 30 anni perché il suo valore immobiliare ha una durata minima. Un giovane di 30 anni che costruisce la sua casa, sa già che a 60 anni la sua casa non avrà nessun valore, può venderla o demolirla per ricostruire. Il popolo giapponese ama molto l’idea della casa indipendente perché prima della casa si possiede la terra, e per realizzare questi desideri spesso si è costretti ad utilizzare materiali economici poco duraturi. Dal punto di vista ecologico è un notevole danno, per questo credo si preferirà in futuro di preferire appartamenti coinvolgendo importanti studi di architettura che sappiano proporre attraverso l’architettura forme evolute di connivenza.

D – lei produce moltissima edilizia privata. Cosa vuol dire costruire per una persona o per una famiglia? Quanto pesano nel progetto i desideri del committente? Che tipo di rapporto si instaura tra architetto e committente?

R – Nell’edilizia privata, spesso i desideri del cliente sono incompatibili con l’effettivo spazio di terra che hanno a disposizione, a Tokyo in particolare spesso si dispone di pezzi di terreno che in un altro paese sarebbero lasciati liberi. Qui la richiesta di abitazioni e cosi alta che spesso ci si trova ad affrontare delle vere e proprie sfide. Dai primi incontri con i clienti non ho nessuna idea di cioè che sarà, generalmente si finisce sempre con il pensare alle persone che ci abiteranno. Le formi spesso sono il frutto di una mediazione tra il budget del cliente le soluzioni che suggerisce il costruttore. Inutile dire che la riuscita di un buona abitazione dipende dalla sua grandezza. Credo che in un progetto il 70% sia opera del cliente, il rimanente è fantasia degli architetti che ci lavorano.

D – Cosa cerca, che tipo di funzioni vuole una persona di oggi in una casa? E in un prossimo futuro?

R – i clienti cinquantenni quasi sempre ti chiedono una casa comoda da vivere senza gradini, pensando alla loro vita da anziani preferiscono avere meno ostacoli possibili. Nella casa tradizionale giapponese piena di gradini gli anziani avevano vita difficile. I giovani diversamente preferiscono alla comodità la diversità, cercano una casa che abbia una propria identità, una propria unicità. In Giappone c’è una forte tendenza verso l’ecologia, si cerca una casa che possa essere autonoma che sia fatta anche di materiali riciclabili.

D – Occidente e Oriente: come vede il rapporto tra le due culture? Che cosa l’una riversa nell’altra e viceversa? Conosce degli esempi di “promiscuità” interessanti, e se sì quali?

R – L’ architettura in occidente lavora su piani volumi, diversamente in oriente, si lavora su linee. Nel mio lavoro da questo punto di vista utilizzo entrambi gli elementi di piano e linea.

D –  Ci sono esempi di edilizia pubblica che ritiene interessanti? Quali e perché?

R – personalmente trovo molto interessante il lavoro di Rem Koolhaas, rispetto il suo lavoro il suo coraggio di andare oltre l’architettura proponendo a volte anche modelli di società, la sua è una visione completa dello spazio del paesaggio e di come possa vivere la gente.

© ALESSIO GUARINO 2021
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